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venerdì 18 agosto 2017

Dopo l'ultimo gradino di una contrada...

Salgo l'ultimo gradino della scala di una contrada ombrosa e sbuco nel sole e nel vociare di un vicolo di Varenna.
Qualche gridolino, qualche risata, dei bambini che si rincorrono e io che cerco di abituare gli occhi alla luce improvvisa. Mi volto verso le persone che ormai sono tutte di spalle e davanti a me compare lui.
E' un bimbo piccolo, di circa 4 anni, è biondo come il grano e ha le guancine tonde tonde e un braccino ingessato, il destro. Cammina con lo sguardo rivolto a terra, impossibile capire a quale labirintico pensiero bambinesco sia dedicata la sua mente, ma qualcosa di quel lavorìo mi arriva al cuore.
Alzo la Canon, inquadro, allargo, scatto...
E lui, adesso è qui.
E' qui che cammina nel vicolo soleggiato di Varenna, appena fuori da una contrada ombrosa da cui spira un vento fortissimo ma piacevole e fischiante.
E' qui che cammina con la testa piccola avvolta nei suoi pensieri piccoli e, forse, ancora non lo sa quanto poi possano diventare grandi, se la vita ci si mette.
Lo guardo e penso che gli auguro ogni infinito bene del mondo.
Se non altro perché è un bimbo, e ai bimbi si dovrebbe confezionare qualche cosa di decente, anziché questa società perdente; e poi perché non ha paura di rimanere indietro con il passo, se deve pensare. E poi perché ha un braccino rotto che gli impedisce di giocare come avrebbe voluto fare.
E poi...
Poi perché in quel vicolo, in quel preciso momento, lui era l'essere più vivifico di tutti. Più di me, più del mio compagno, più dei suoi genitori, più dei suoi fratellini più grandi, urlanti e gioiosi poco più avanti.
Perché la vita è inversamente proporzionale allo spazio che occupa, è così che funziona.
Più è piccolo il corpo che la contiene e più lei esplode, potente.
E lo dice, se guardate bene la fotografia, lo dice...
Lo dice il suo brillare, lo dice il suo splendore quasi uguale a quello del sole. Lo dicono i suoi passi, piccoli e precisi.
Lo dice la sua ombra... nitida e netta, scura e definita.
Definita più delle cose ferme nonostante lui si muova, nitida più dei muri, nonostante lui sia di carne soffice.
Vai, bimbo biondo...
Ti prego prova a cambiare, nel tuo piccolo, questo mondo.
Sii forte e coraggioso.
Sii onesto e sicuro.
Fai sempre il tuo dovere e non avere paura di piangere, quando ti capiterà di tremare.
Non saprai mai chi sono, ma vivrai per sempre qui... nella fotografia in bianco e nero di un vicolo bagnato dal sole tiepido di un tardo pomeriggio, mentre poco distante un lago parla, piano, di quel che conosce e che noi non sappiamo.

martedì 13 giugno 2017

Le Perle di Alessandro Baricco #3

"...le gente non si fida di una caramella trovata sul fondo di una borsa.
- Credo sia lo stesso fenomeno per cui la gente diffida sempre un po' degli orfani, disse.
La donna si voltò a guardarlo, stupita.
- O dell'ultima carrozza della metropolitana, disse, con una strana felicità nella voce."

Alessandro Baricco, Mr Gwyn

venerdì 9 giugno 2017

La vita, quella vera...

Mi sveglio piano, nel silenzio della mattina presto. Un angolo remoto della mente sa che tu ti sei alzato da poco e, a giudicare dall'orario, da poco sei uscito di casa. Nell'aria galleggia il profumo del caffè che ti sei appena bevuto. Ti conosco e lo so, la mattina non si colora, per te, se non bevi il caffè.
Sorrido. Guardo la luce che scivola dentro dalle fessure delle imposte e capisco che fuori c'è il sole.
Non sono giorni facili, questi, per me. Non ne ho mai avuti di giorni facili, se ben ci penso, ma questi sono ancora un pochino più difficili... all'orizzonte si addensano nubi strane e spaventose, ancora poco chiare, forse l'ennesima tempesta da cui dovrò cercare di uscire salva, senza dubbio un brutto, bruttissimo temporale.
Mi rotolo un pochino nel letto grande, vado nella tua metà, chiudo gli occhi per qualche secondo ancora e poi mi colpisce un lampo d'emozione, simile a quella che si prova la mattina di Natale da bambini... so, ne sono certa, che da qualche parte della casa si nasconde una sorpresa che mi hai lasciato, perché me la lasci sempre. Allora mi alzo, a piedi scalzi nella luce fioca corro nel corridoio e sbircio in cucina. Eccolo lì, c'è.
Il tuo biglietto, la tua scrittura, la penna appoggiata accanto al foglio, se mi concentro riesco quasi a vedere la tua faccina soddisfatta subito dopo averlo scritto.
Parli di un bacio, nel tuo biglietto, che mi hai dato mentre dormivo. Un bacio che stamattina non ho sentito e non l'ho sentito perché, finalmente, riposavo. E dormire non è mica scontato, con quei tuoni che si avvicinano... non aver paura almeno per qualche ora, è un regalo stupendo.
Ho acceso la moka e mi sono goduta la luce del sole spalancando le finestre e lasciandola entrare liberamente. La luce ha invaso tutto, anche la mia mente.
Volevo dirti, ma già lo sai, che mi sono fatta i pancake... quelli con la farina di riso e il latte di riso, il cacao e le banane, perché gli altri non li posso mangiare.
Sono venuti bene, buoni e dolci. Li ho mangiati seduta al tavolo del salotto, con un libro accanto dal quale ogni tanto bevevo qualche pagina. Ho lasciato spazio alla luce, e l'ho tolto al buio. Almeno per un po', nel silenzio tiepido di questo venerdì mattina, mi sono sentita serena.
La vita, quella vera, si nasconde tra le pieghe di questi momenti e, tranquilla, riposa. Riposa e sorride, incurante di tutto il resto.
Ecco, tutto qui, amore mio.
Soltanto questo...
Soltanto grazie...


sabato 6 maggio 2017

Le perle di Jonathan Safran Foer #1

A mio figlio non nato: non sono stato sempre in silenzio, prima parlavo, parlavo, parlavo, parlavo e non riuscivo a tenere la bocca chiusa, il silenzio si è impadronito di me come un cancro, successe una delle prime volte che mangiavo in America, quando tentai di dire al cameriere: "Il modo in cui mi ha dato quel coltello mi ricorda..." ma non riuscii a finire la frase, il nome di lei non usciva, ci riprovai e non usciva ancora, lei era chiusa dentro di me, che strano, pensai, che frustrazione, che cosa patetica, che tristezza, tirai fuori di tasca una penna e scrissi sul tovagliolo "Anna", poi risuccesse due giorni dopo, e il giorno dopo ancora, lei era l'unica cosa di cui volessi parlare, continuava a succedere, quando non avevo una penna scrivevo "Anna" nell'aria - a rovescio e da destra a sinistra - di modo che la persona con cui stavo parlando la vedesse, e quando ero al telefono componevo i numeri - 2,6,6,2 - affinché la persona sentisse quello che non potevo, da me, dire.
"Anche" fu fu la seconda parola che persi, probabilmente perché era così simile al suo nome, che parola semplice da dire, e che profonda parola da perdere, dovevo dire "eziandio", che suonava ridicolo, ma era proprio così, "vorrei un caffè ed eziandio un dolce", a nessuno sarebbe piaciuto sentirsi in questo modo. "Volere" è il verbo che persi poco dopo, non perché avevo smesso di volere le cose - le volevo più di prima - solo che non riuscivo più ad esprimere il volere, quindi al suo posto dicevo "desidero": "Desidero due panini" dicevo al panettiere, ma non era esattamente così, il senso dei miei pensieri cominciava a fluttuare via da me, come foglie che cadono da un albero nel fiume. "Venire"lo persi un pomeriggio al parco con i cani, persi "bene" mentre il barbiere mi girava verso lo specchio, persi "peccato", il nome e l'esclamazione nello stesso momento, e fu un peccato. Persi "portare" e persi pure le cose che portavo - "diario", "matita", "moneta", "portafoglio" - e persi anche "perdere". Dopo un po' mi restava soltanto un pugno di parole, se qualcuno faceva qualcosa per me gli dicevo: "La parola che viene prima di 'non c'è di che'", e se avevo fame indicavo la mia pancia, e dicevo "Sono il contrario di pieno", avevo perso "sì", ma mi restava "no", perciò quando qualcuno mi chiedeva: "Sei Thomas?" io rispondevo: "Non no", ma poi persi "no" e allora andai da un tatuatore e mi feci scrivere Sì sul palmo della mano sinistra e NO sul palmo della destra, che dire, non è che questo renda la vita meravigliosa, ma la rende possibile, quando mi stropiccio una mano contro l'altra, in pieno inverno, mi riscaldo con l'attrito del sì e del no, quando batto le mani mostro il mio gradimento unendo e dividendo sì e no, dico libro o quaderno aprendo le mani dopo averle battute, per me ogni quaderno è l'equilibrio del sì e del no, anche questo, il mio ultimo quaderno, soprattutto questo.
E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata tra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme , ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l'ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. "Io" fu l'ultima parola che fui capace di dire ad alta voce, è tremendo, ma successe così, me ne andavo per il vicinato dicendo "Io, io, io, io". "Thomas, bevi un caffè?" "Io." "Con qualcosa di dolce,forse?" "Io." [...]. Volevo tirare il filo, disfare la sciarpa del mio silenzio e ricominciare daccapo e invece dicevo "Io". So di non essere l'unico malato di questa malattia, sentite i vecchi in strada, alcuni gemono: "I-o, i-o, i-o", ma si aggrappano, alcuni, alla loro ultima parola, dicono "io" perché sono disperati, non è un lamento ma una preghiera, e poi persi anche "io" e il mio silenzio fu completo. Cominciai a portare con me quaderni bianchi come questo, che riempio di tutte le cose che non posso dire [...] e invece di cantare sotto la doccia scrivevo le parole delle mie canzoni preferite, l'inchiostro tingeva l'acqua di blu, di verde o di rosso, e la musica mi scorreva lungo le gambe, alla fine di ogni giornata portavo il quaderno a letto e leggevo le pagine della mia vita.
(Jonathan Safran Foer - Molto forte, incredibilmente vicino)

Un pochino più liberi, almeno per un po'.

Ognuno cerca il suo modo per fuggire da qualcosa. Da cosa scappiamo, solo nella profondità di noi stessi lo sappiamo e, difficilmente, è qualcosa che è possibile tradurre in parole sufficientemente comprensibili. C'è chi scappa per nascondersi, chi lo fa per rigenerarsi, chi per curarsi, chi per trovare la forza di ritornare. L'essenziale è perdersi, almeno per qualche ora.
Perdere il senso del tempo, perdere i ricordi, perdere i progetti, perdere tutto per avere solo le tue mani, i tuoi occhi, e l'attimo presente... quello che acchiappi e sfugge, acchiappi e sfugge, e via così, fino al prossimo futuro.
Si sceglie la propria fuga a seconda del bisogno uguale e contrario di ciò che si ha dentro. E forse, un senso compiuto la fuga non ce l'ha.
Poi, si torna.
Si ritorna quasi sempre, ma un pochino più liberi, almeno per un po'.

mercoledì 3 maggio 2017

Dondola, Marina, dondola... è ancora tutto perfetto.

Sì, esistono ancora degli istanti in cui torno lì. E sono istanti che hanno un colore e un sapore preciso, perfetto. Basta che io socchiuda gli occhi e lasci scivolare la memoria… basta poco, per sentire il vento lieve sfiorarmi le guance mentre mi lascio dondolare sulla mia altalena. Era un’altalena fatta di corde bianche legate a un’asse di legno chiaro appesa a un grande ramo dell’albicocco preferito del mio giardino. Ed io ci ero seduta sopra, con strette nei pugni le sue corde, e in tasca la mia piccola manciata di anni di vita. Lasciavo che il pomeriggio d’estate si fermasse per qualche minuto, solo per me. Davanti a me avevo un cespuglio di rose bianche, se dondolavo al massimo della velocità le punte dei miei piedi arrivavano a sfiorarlo, ma raramente guardavo innanzi a me. Molto più spesso guardavo in su, cercavo di sbirciare il cielo attraverso l’intrico dei rami dell’albicocco e, me lo ricordo bene, molte volte lo ringraziavo. Era lui a tenermi appesa, nella mia fantasia di bambina lui era saggio e amorevole e sorrideva della mia allegria come potrebbe fare un nonno osservando la sua nipotina. Erano momenti, quelli, che deliberatamente rubavo all’universo credendo che me li avrebbe restituiti, in qualche modo. Perché sentivo che era un mio inalienabile diritto salire sulla mia altalena e vincere il tempo come fosse un giocattolo messo a mia totale disposizione.
Esistono ancora, e mi stupisce, istanti in cui io… sono lì. A volare nel vento, a guardare in alto scoprendo infiniti stralci di cielo, il sole filtrato dalle foglie a respirarmi tiepido sul viso, le mille carezze di quello che avevo. Davanti a me rose bianche sbocciate, spine lontane, innocue. L’erba ondeggiante, la siepe e il sentiero… Carezze di sguardi, carezze di odori, carezze di mani invisibili che sono i ricordi. È bello sentire le mie mani ridiventare piccole e un po’ più paffute e stringere ancora le corde di quell’altalena sospesa nel tempo. Bello… la maglietta e i pantaloncini, le scarpe da tennis consumate dalle corse e dalle mille arrampicate sugli alberi, le ginocchia sbucciate, la scritta sul muro; la vedo ma non riesco a leggere cosa c’è scritto. Argo che abbaia, svogliato, ha caldo, è assonnato. Sotto il biancospino dorme Pantera, è arrivato da poco, dorme in silenzio come un’ombra nel buio. Dalle finestre aperte cade giù qualche parola, le voci di mio padre e mia madre che parlano di qualcosa, poi si spostano in casa, non li sento più. Mio fratello è via con gli amici, mio cugino forse sta riposando, tra poco scenderà in giardino e potremo giocare… ma per adesso io sono qui, a dondolare senza pensare. Canticchio qualcosa, non so cosa, canticchio sempre qualcosa, quando sono sulla mia altalena… sento un rumore, qualcuno che fischia, alzo lo sguardo. Mio padre mi guarda dalla finestra della sua camera, mi fa l’occhiolino, poi volge anche lui il viso al cielo e chiude gli occhi accecato dal sole.
Sorrido, lui c’è, lui è vivo ed lì alla finestra…
Dondola, Marina, dondola… è ancora tutto perfetto.
Dondola, Marina, dondola, forse il tempo si è fermato davvero…
Dondola, dondola… ti prego, fallo per me.